Casa della Memoria. Facciate parlanti, per non dimenticare.

24/09/2021

Abbiamo incontrato Andrea Zanderigo e Paolo Carpi di Studio Associato Baukuh, poliedrico e pluripremiato studio d’architettura di Milano, che ci ha guidato dagli spazi interni alle “facciate parlanti” di Casa della Memoria, monumento alla libertà e custode di un patrimonio inestimabile. Tra bizzarre analogie con bovini da pascolo e “flirt” architettonici, un’esperienza edificante sotto molti punti di vista.

In Portanuova è l’edificio più basso rispetto agli slanciati protagonisti dello skyline che lo circondano. Ma non lasciatevi ingannare dalla sua ridotta estensione in altezza: Casa della Memoria cela contenuti di grande levatura. Questo edificio è un monumento ai valori di libertà e democrazia su cui si fonda il nostro vivere civile e un omaggio a tutte le vittime dei totalitarismi e dei terrorismi in Italia. Edificata tra il 2013 e il 2015 e inaugurata nel 70° Anniversario della Liberazione, Casa della Memoria si presenta come una fucina e laboratorio di eventi culturali gratuiti tutto l’anno e, oltre a preservare la memoria di eventi storici da non dimenticare, promuove il dibattito con i cittadini, attivando un dialogo con le nuove generazioni.

casadellamemoria.it

PN: Domanda di rito: perché “Baukuh”?
SB: È una storia molto lunga e molto noiosa. La versione light è che da una parte ha assonanza con la parola tedesca baukunst, l’arte del costruire, dall’altra con kuh, vacca, animale che compensa una proverbiale, bovina stupidità con una ammirevole ostinazione. Il nome nasce da un parto creativo avvenuto in un viaggio notturno a bordo di uno scalcinato furgone da Braz a Rotterdam a fine 2003.

PN: Molto bella la frase di apertura sul vostro sito: “Baukuh produces architecture”.  Un biglietto da visita tanto sintetico quanto efficace. Qual è il vostro metodo di lavoro e il vostro approccio? C’è tanto digital o partite ancora dalla buona vecchia matita?
SB: Diventa tutto subito digitale. Abbiamo iniziato l’università nel ’92 e il digitale c’era già, magari con un po’ più di china e di matita ma eravamo già tutti figli del Cad (computergrafica a supporto del disegno tecnico). Facciamo qualche schizzo rompighiaccio nel primo processo creativo, coi libri aperti su un tavolo per ispirarci. Il nostro uso del digitale è abbastanza rudimentale, lo usiamo come la carta, poi nei concorsi fai anche i render ma solitamente facciamo anche molto astratto, come i patchwork anni sessanta, siamo un po’ vecchia scuola.

L’architettura è sempre la stessa, cambiano gli strumenti ma non il mestiere, ci concentriamo sul lavoro vero e sugli obiettivi che non cambiano nel tempo. Nell’architettura c’è stata una specie di wave, quando abbiamo finito gli studi imperava il render fotorealistico, quello era lo strumento delle archistar, movimento generazionale di cui facciamo parte. Spesso edifici fine anni ’90 e inizio 2000 erano belli nei render ma poi “crollavano” in quanto a resa costruttiva. Noi abbiamo fondato una rivista che ebbe un grande successo a livello internazionale, San Rocco, che proclamava il ritorno alle tecniche tradizionali dell’architettura. Oggi un venticinquenne è un fenomeno dei 3D ma paradossalmente è una tendenza che sta evolvendo in altro.

PN: La vostra progettualità parte dalla comprensione critica dell’architettura del passato, che è patrimonio di tutti e che permette di “risolvere ogni problema”. Un esempio concreto?
SB: È anche una questione generazionale, i tardi modernisti hanno questa visione lineare e molto novecentesca del progresso per cui c’è un valore solo nell’originalità e se disegno qualcosa che mi ricorda altro allora lo butto via. Per noi l’architettura è una massa imponente di cose e il valore è più nell’intenzione che nell’innovazione, quindi, nel sapere cosa dobbiamo fare e quali strumenti abbiamo a disposizione anche dal passato per inserirli nel processo creativo. Per comporre il nostro piccolo tassello in questa grande storia collettiva. L’architetto nella sua torre d’avorio non partorisce dal nulla, perché l’intelligenza collettiva è consegnata non solo al suo tempo ma anche ai posteri, che siamo anche noi architetti del nostro tempo. Oggi è digerita come architettura di confronto critico col passato. Noi crediamo che la Casa della Memoria abbia questa sospensione del tempo. Quando l’architetta olandese Petra Blaisse, autrice di BAM – Biblioteca degli Alberi Milano, venne con Stefano Boeri in visita al cantiere in progress della Casa, avvicinandosi ad essa ci chiese se si trattasse di un edificio nuovo o in fase di riqualificazione. Fu un grande complimento, perché capimmo che il progetto funzionava, fuori dal tempo come i suoi valori eterni ma anche cerniera tra la nuova Portanuova e i quartieri circostanti della vecchia Milano. La Casa è vicina tanto al Bosco Verticale quanto al vecchio quartiere operaio dell’Isola, sembra flirtare con entrambi nel voler intessere un sistema di relazioni anche con la città. L’episodio di Petra è molto significativo e ci capita spesso che ci chiedano se gli edifici che costruiamo erano già lì da prima o se sono nuovi, per noi è fare bingo perché è quello che cerchiamo, ribadire che l’architettura è una storia lunga, noi ne siamo solo un tassello inserito in questo concetto di continuità  che prevede ripescaggi e omaggi ad un passato senza fine. La Casa ha la pianta a piano terra che somiglia moltissimo a quella di Orsanmichele a Firenze, magazzino in origine poi trasformato in chiesa. Che le due piante siano praticamente identiche non ricordiamo se l’abbiamo scoperto prima o dopo aver progettato la Casa, ma d’altronde, a secoli di distanza, i problemi progettuali si ripresentano e spesso le soluzioni coincidono. E questo è bellissimo.

PN: Nel vostro lungo palmarès, quale premio è stato il più inaspettato e a quale siete più affezionati? Qualche aneddoto, una telefonata nel cuore della notte?
SB: La cosa più gratificante è quando sei in giro per il mondo per biennali, triennali, inaugurazioni, qualcuno ti riconosce ed esprime la sua ammirazione per il tuo lavoro. Parlando invece di “riconoscimenti” nel senso di premi, abbiamo aperto Baukuh dopo aver vinto l’Europan, il concorso di architettura più importante per gli under 40 in Europa e che prevedeva 2 progetti per ogni studio candidato. Noi siamo gli unici ad averli vinti entrambi.

PN: Quando progettate ovviamente un ruolo fondamentale è rivestito dalla destinazione d’uso. Avete qualche preferenza tra abitativo, commerciale, lavorativo?
SB: Ci piace disegnare spazi per l’abitazione e per il lavoro, anche pubblici come la Casa. Amiamo cambiare per non fossilizzarci o ti scavi la fossa da solo e finisce che ti chiamano solo per progetti residenziali o business. Per noi un’architettura riuscita deve sopravvivere alla prima destinazione e durare nel tempo: solo così sarà sostenibile. Ci vuole un rapporto più lasco tra edificio stesso e primo uso perché se questo è determinato al 100% poi non c’è verso di modificarlo. Oggi ad esempio è trendy convertire fabbriche in uffici o uffici in abitazioni o, addirittura, carceri in università. Un’architettura deve durare secoli, solo così sarà sostenibile.

È sotto gli occhi di tutti come quest’anno sia cambiato il confine tra luogo di lavoro e abitazione, un po’ per il Covid un po’ per la digitalizzazione, ma anche per una nuova attenzione all’ambiente. Un edificio che si trasforma, riabitato e cambia destinazione d’uso è la chiave per l’urbanistica del presente e del futuro.

PN: La sfida più grande che avete affrontato? Qualcosa di non previsto in fase di progettazione, come ad esempio un meteo avverso tipico della zona o altri parametri non preventivati…
SB: E’ sempre così, le nostre architetture sopravvivono ai loro creatori, anche perché dal progetto al cantiere possono passare degli anni. Noi ad esempio abbiamo vinto un progetto di restauro di una scuola nelle Fiandre nel 2014 che, se andrà bene, si concluderà nel 2024/2026. Ritardi nelle autorizzazioni, lungaggini nei pagamenti e poi, quando si riparte, lo si fa in tutta fretta. Nel frattempo magari la tua vita è cambiata e tu sei pure invecchiato.

PN: Chi ha pensato a quei neon “don’t kill”?
SB: È un’opera di Fabrizio Dusi insieme ad altri messaggi tratti dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi.

PN: Bazzicate per Portanuova?
SB: Al momento abbiamo un cantiere aperto, un appartamento. Quando ci andiamo anche nel tempo libero restiamo sempre sorpresi per il suo successo. Perché Piazza Gae Aulenti è sopraelevata, ha scale, bordi omogenei, elementi che dovrebbero scoraggiarne l’accesso. E invece piace, soprattutto ai giovani. Forse anche perché Milano è una città senza piazze, tutta rotonde, marciapiedi e incroci di grandi vie, come Porta Venezia.

PN: Immaginatevi di avere carta bianca e budget illimitato. Cosa costruireste e dove in Portanuova?
SB: Nulla. Non serve costruire tanto se si ha tanto spazio. A Berlino ad esempio hanno destinato a parco pubblico lo spazio di un aeroporto senza poggiare nemmeno un mattone. Il ventesimo secolo è finito, i meccanismi della costruzione e ricostruzione non sono più sostenibili, continuare a fare le cose come nel ’64 o nel ’92 non va più bene.

baukuh.it

Foto di Stefano Graziani