Laura Gatti. La donna che pensa come un albero.

09/03/2021

L’agronoma paesaggista che ha progettato e curato il verde de Il Bosco Verticale, si definisce “un’agronoma senza terra”, perché nata e cresciuta a Milano. Ma il suo insostituibile contributo alle fertili facciate del “Grattacielo più bello e innovativo del mondo” sembrano smentirla…

PN: Il web contiene una rigogliosa letteratura sulla tua carriera e ovunque sei definita “agronoma paesaggista”: vista l’ecletticità del tuo lavoro, lo trovi un titolo sufficiente a raccontarti?

LG: Bella domanda. Sono un dottore agronomo, ho una laurea in scienze agrarie e una specializzazione in parchi e giardini, più altri titoli correlati come la gestione dell’ambiente. Quando un Boeri, un Nouvel, un Cucinella pensano di costruire un edificio vegetato, questi coinvolgono il mio studio per una competenza specifica: la mia passione per gli alberi.

PN: Da cosa nasce questa passione?

LG: Da bambina ammiravo il tetto della Fabbri Editori in via Mecenate (Milano) con mio zio e ricordo che c’erano dei cedri, ne ero incantata, degli alberi in cima a dei palazzi? In via Mascagni poi, verso Corso Europa, se guardi in alto scorgi un pino domestico che avrà mezzo secolo di vita …Tornando alla definizione del mio lavoro, sono un’agronoma senza terra, perché nata e cresciuta in città, dove mi sono sempre dedicata appunto all’“albero urbano”, che è quello che vive nelle condizioni più difficili. La mia specializzazione in parchi e giardini mi ha avvicinato ulteriormente al mondo del paesaggio in senso lato, non solo nell’apporto scientifico alla produzione e alla coltivazione. Ho seguito materie come Patologie e Fisiopatologie, quindi con una forte connotazione scientifica, tecnica, tecnologica e da 15 anni insegno Agraria a Milano, facoltà che da sempre ha un approccio operativo senza però rinunciare alla ricerca pura. Il corso che tengo dal 2005 è di Realizzazione del Verde con aspetti tecnologici che ormai rivestono un ruolo fondamentale nelle green city, verso cui la stessa Milano sta virando anche come modo per rimediare ai danni del passato.

PN: a questo punto vorremmo orientare le domande verso Bosco Verticale ma preferiamo non interrompere Laura, che infatti…

LG: Il “Bosco” ha segnato un cambio di passo anche grazie alla precoltivazione in vivaio, una fase che si è resa necessaria pensando ai complessi aspetti strutturali e alla pericolosità dell’intervento. Per realizzare un edificio come il Bosco devi pensare come un albero, immedesimarti in lui, conoscere le infinite strategie messe a punto da strutture che si sono ottimizzate in funzione delle condizioni di insediamento. Perché, ricordiamolo, un albero, essendo radicato a terra, deve mettere in campo dei meccanismi non solo di adattamento ma anche di difesa e deve farlo con il minimo dispendio di energie. Tra queste strategie svetta la dissipazione della spinta del vento, i cui calcoli ingegneristici per il Bosco confermavano che gli alberi non sarebbero potuti stare in piedi una volta in facciata.  Così siamo andati in Germania al KILT- Karlsruhe Institute of Technology, dove c’è un lab di aerobiologia ambientale che da sempre si occupa di rapporti tra alberi e vento, e abbiamo sottoposto ai professionisti i calcoli fatti. Test successivi con gli alberi nella galleria del vento ci hanno dato ragione. Il Bosco ha reso evidente al mondo che “si può fare”, una bandierina che segna un bel traguardo perché un’esperienza mai realizzata, soprattutto in quella scala e con quei numeri. E’ una lezione per il futuro: ora sappiamo che per questi progetti prima si deve pensare al verde.

PN: Torniamo alla nursery degli alberi e ai loro 3 anni di gestazione pre-trapianto sul Bosco Verticale.

LG: Le piante non erano invasate ma a “campo aperto”, spaziate fra di loro per controllarne la chioma a 360°. Tutte piante sono state selezionate una ad una da un agronomo. L’attenzione è anche stata rivolta alla massima riduzione del tempo di trasferimento in zolla dalla terra alla facciata, che è la fase critica dell’intera operazione. Dai calcoli sul vento sono inoltre emersi dei precisi rapporti matematici da rispettare tra dimensioni del tronco e area di proiezione della chioma. Durante la gestazione abbiamo creato un ambiente verticale simile a quello del Bosco, per ridurre il rischio di successive crisi di trapianto. E, grazie a tanta meticolosità, il transfer non ne ha sacrificato nemmeno uno, grazie anche all’expertise dell’azienda in cantiere.


PN: La disposizione degli alberi in campo era quindi organizzata a seconda dell’altezza alla quale sarebbero stati poi posizionati in facciata?

LG: Sì, rispondendo a 2 criteri di valutazione: resistenza al vento e dimensioni in maturità dell’albero.

PN: Al di là dell’indiscutibile valore estetico e naturalistico, parlami degli alberi e delle piante una volta trasferiti nel loro nuovo habitat verticale.

LG: A differenza di quello che si può pensare, negli appartamenti non c’è mancanza di luce perché gli alberi sono disposti secondo precisi criteri di esposizione.

PN: Il tuo lavoro al Bosco può considerarsi concluso?

LG: La manutenzione ordinaria è affidata ai giardinieri di BAM, quella annuale ai mirabolanti flying gardeners. I giardinieri seguono le esigenze quotidiane delle piante e quelle del singolo residente, noi seguiamo l’evoluzione del sistema nel tempo. 

PN: Cosa provi quando passeggi per Portanuova e alzi gli occhi sul Bosco?

LG: Io sono tremenda, supercritica, lo scruto più che guardarlo, ci sono dei momenti in cui ancora mi emoziono perché dall’interno di alcuni appartamenti si gode di una vista inusuale. In un rapporto magico di simbiosi tra l’albero e la città, intravedi tra i suoi rami la Torre Velasca, il Duomo, il Monte Rosa al tramonto all’orizzonte: e il cielo tutto intorno a te, con l’ombra del tuo albero proiettata sul muro della sala. Sono dei frame straordinari, pensa che durante la scorsa nevicata ho assistito a delle fioriture e al passaggio di particolari uccelli, come quello di una sparviera appollaiata su un albero. Succede che gli uccelli migratori facciano un break prima di riprendere il loro lungo viaggio. Considerate che ad esempio al ventiseiesimo piano c’è un’inversione termica perché l’umidità è più in basso e si verificano addirittura fioriture anticipate, coccolate dal canto di una capinera. La natura si riprende gli spazi ad una velocità incredibile, a soli 2 mesi dalla messa in facciata del primo albero, malgrado il frastuono del cantiere, abbiamo trovato un nido al secondo piano. Impagabile, priceless…

PN: La verticalità è un punto di arrivo o di partenza?

LG: Se aveste visto il piano urbanistico di Portanuova, così tradizionale e rigoroso… Allora c’era un ritaglio verde tra edifici che la gente usava ma che quel piano iniziale avrebbe cancellato. Boeri ha proposto di salire in altezza liberando spazio a terra perché il concetto di densità è relativo alla sua percezione: se guardi al Bosco da BAM, con collegamenti pedonali agevoli, lo spazio a terra funziona e le architetture, per quanto imponenti, non ti opprimono ma anzi, completano e slanciano verso l’alto lo spazio a terra. Inoltre, Boeri non voleva vetri per la sua creazione ma una facciata verde, così abbiamo fatto degli studi di sviluppo della vegetazione per bloccare l’inquinamento, fissando le polveri sottili. Così abbiamo lavorato per individuare le piante mangiasmog più efficienti. E le abbiamo trovate. La sfida ora è trovare soluzioni dove queste performance siano ancora più integrate a soluzioni di sostenibilità (come la strategia dell’acqua). E poi c’è la grande sfida della futura produzione di cibo in città…

PN: E’ più importante l’acqua o la luce nella manutenzione ordinaria delle piante di casa?

LG: La luce è fondamentale, ma nelle nostre case non sempre rispetta lo spettro di ammissione delle piante. Consiglierei di avvicinare le piante alla finestra o di supplire con luci rosse e blu specifiche. E comunque, mai bagnare troppo le piante.

PN: Tu parli alle piante?
LG: No, sono loro che mi insultano, quando mi vedono: “Arriva Laura, ci porta in alto, soffro di vertigini, aiuto!”. Scherzo, no non ci parlo ma le rispetto moltissimo.

PN: Le piante percepiscono l’ambiente che le circonda?

LG: Certamente, l’ambiente che le circonda è fatto da segnali chimici, le piante a loro volta emanano composti organovolatili come evoluti meccanismi di difesa e dei veicoli di informazione. 

Epilogo

Finito l’incontro, la lista delle domande previste per l’intervista non è interamente depennata. Ne manca qualcuna, è vero, perché lei, come spesso fanno i creativi, prende spunto da un argomento proposto come seme per far germogliare argomenti paralleli. Ogni domanda è una liana per proiettarsi su altri temi (giusto quelli delle domande non depennate). Della serie: come usare il pensiero laterale, per raccontarne uno verticale.