I Portali. Il cantiere con i vestiti intelligenti

30/09/2022

Tute da lavoro speciali, dotate di airbag come quelle sviluppate per la Moto GP, che incrementano il livello di sicurezza di coloro che operano nei cantieri. Sono i WorkAir, i “vestiti intelligenti” della smart company D-Air lab, forniti ai dipendenti del cantiere de I Portali, in via Melchiorre Gioia - progetto ideato dallo studio di architettura Citterio Viel e sviluppato e gestito da COIMA -  , grazie a una collaborazione con l’impresa edile incaricata dei lavori, Gruppo ICM. Abbiamo incontrato Marco Soliman, Sales&Mktg Manager dell’azienda, che ci ha raccontato anche di altre applicazioni di questa innovativa tecnologia salvapersone anche nella vita di tutti i giorni, a protezione dei runner, dei ciclisti e delle persone a mobilità ridotta. Passando dall’Antartide per chiudere in Giappone, un bel viaggio nel mondo della sicurezza sostenibile e indossabile.


PN: Parlaci di D-Air lab.
MS: Lino Dainese fondò l’azienda madre nel 1972, consacrando universalmente il marchio che conosciamo oggi in decenni di ricerca, designing e sviluppo tecnologico,  diventando brand di riferimento ed eccellenza italiana nella produzione di equipaggiamento tecnico e di protezione per motociclisti e sciatori. Dopo tanti podi conquistati in un mercato tanto competitivo e in continua evoluzione, nel 2014 l’imprenditore ha ceduto la maggioranza della società, conservandone però una quota come risposta a una domanda: perché destinare questo enorme bagaglio di innovazione tecnologica alla sola sicurezza di centauri e discesisti? Da bravo visionario e sognatore, ma con un occhio rivolto alle dinamiche sociali e alla qualità di vita delle persone, conservò la proprietà dei brevetti già sviluppati e su quelli futuri che avrebbe realizzato in una nuova realtà: D-air lab, un laboratorio creativo dove sviluppare, e poi anche produrre, nuovi vestiti intelligenti. Tra i primi progetti ricordo Workair, airbag antinfortunio e indossabili per lavoratori esposti, che dalle piste entrano nei cantieri per proteggere i lavoratori in altezza. A breve lanceremo anche dei dispositivi per proteggere gli anziani in caso di caduta. Poi abbiamo la linea D-One Run per gli amanti del jogging, una pettorina leggera ed ergonomica che, in caso di malore, attraverso un pulsante, chiama i soccorsi, invia sms geolocalizzati, fa risuonare una sirena dal cellulare e attiva un lampeggio luminoso: impossibile non essere rintracciati. Per questo prodotto siamo candidati al Compasso d’Oro 2022, a dimostrazione che parliamo di vestiti intelligenti ma anche belli da indossare.

PN: Sul sito compaiono le foto di una bellissima sfilata Dior di mantelline e altri capi fashion dotati di airbag: si tratta di una sfilata di anticipazioni di future applicazioni che oggi prendono vita o di una provocazione?
MS: Siamo già a quel domani descritto in quel “servizio di alta moda al servizio dell’alta tecnologia”: il nostro obiettivo è infatti una protezione indossabile e la moda diviene il veicolo per l’integrazione della nostra innovazione negli abiti. La stilista Mariagrazia Chiuri, alla guida creativa della maison francese, aveva già l’idea di integrare il concetto di protezione in capi per donne “sicure di sé”, grintose e con un look da motociclista. Intuendo quindi il nostro potenziale, lo ha espresso in una collezione “haute couture”. Buona parte di quei prodotti sono già disponibili.

PN: Qualche altro ambiente “esplorato”?
MS: Il progetto Antarctica riguarda vestiti intelligenti dedicati ai lavoratori che operano in condizioni di freddo estremo, garantendo da una parte la massima protezione termica, dall’altra una comunicazione costante delle condizioni ambientali e dei parametri vitali dell’operatore grazie a componenti di “elettronica flessibile” integrati in questi capi. Sembra fantascienza ma è tutto vero. In realtà queste tecnologie di rilevazione dati erano già presenti in ambito aerospaziale, noi per primi le abbiamo integrate, come progetto industriale, in tessuti indossabili. Antartica nasce dalla onlus Unless che studia l’architettura dell’Antartide per le esplorazioni, prendendo spunto da tutti i progressi fatti in termini di protezione in 200 anni dalla prima colonizzazione. Parliamo di un contesto che, come lo spazio profondo, richiede una vestizione accurata in un ambiente intermedio rispetto l’interno di un’abitazione artica o di una navicella spaziale. Come per gli astronauti, anche le tute artiche devono essere progettate intorno al corpo per proteggere da freddo estremo con componenti flessibili che integrano sensori in grado di rilevare sia i parametri ambientali sia quelli vitali dell’operatore, visualizzandoli su display esterni. Perché in queste eccezionali condizioni ambientali si esce sempre almeno in due, monitorandosi reciprocamente perché il freddo congela anche le percezioni, rallentando le reazioni e impedendoci di capire ad esempio che abbiamo un principio di congelamento al volto per il semplice motivo che non lo vediamo e, al momento, non lo avvertiamo.

PN: Molto interessanti le applicazioni non solo per i lavoratori esposti ma anche per proteggere i nostri anziani in casi di caduta. Come vanno questi prodotti? Quali sono i bestseller?
MS: La linea Future Age sarà lanciata questo mese, abbiamo già centinaia di richieste. Il trend di invecchiamento, soprattutto nel nostro Paese, è evidente e consolidato da decenni, Future Age soddisfa quindi una platea crescente. Il dispositivo aiuta l’anziano in caso di caduta e abbatte anche i relativi costi sociali delle cure. Subito in uscita una cintura molto discreta, integrata con l’abbigliamento e che dai fianchi espelle gli airbag per proteggere le anche in caso di caduta.

PN: Veniamo a WorkAir. Parlate di “applicazione al mondo del lavoro della tecnologia del Vestito Intelligente” concepita da Dainese. Si tratta di un trasferimento dal mondo race alla vita di cantiere? E come funziona?
MS: Delle corse, WorkAir eredita l’architettura di sistema in termini di tecnologia di base, con gli accelerometri che leggono i movimenti del corpo e un algoritmo che decide il da farsi in base ai dati rilevati. Sempre dalle piste derivano i componenti anche strutturali dell’airbag, collegato da filamenti brevettati che consentono al dispositivo gonfiato di mantenere una struttura planare stabile, che non collassi come un materassino in caso di impatto. Il tutto in un gilet da lavoro leggero, ventilato e ben relazionato con l’imbragatura obbligatoria sopra i 2 metri di altezza, la quale impedisce la caduta libera ma non l’effetto pendolo che fa impattare, da legati, contro la struttura sulla quale si lavora. La certificazione di WorkAir come dispositivo di protezione riguarda infatti le cadute libere sotto i 2 metri, proteggendo comunque l’operatore anche da impatti “vincolati” oltre quell’altezza.

PN: Le pettorine vanno “aggiornate” e certificate periodicamente come fossero degli estintori?
MS: Certamente. Da noi o dai nostri partner, ogni 3 anni.

PN: Com’è nata la collaborazione presso il cantiere di via Melchiorre Gioia 20 e in cosa consiste? 
MS: Siamo stati contattati dall’impresa Gruppo ICM per una fornitura di Workair ai dipendenti del cantiere. Oltre che un complesso molto importante (la torre Est raggiunge i 24 piani), il progetto I Portali rappresenta un terreno di sperimentazione utilissimo per testare i nostri dispositivi e raccogliere dati utili sul campo. Una volta rifornito il personale, l’abbiamo formato direttamente in cantiere.

PN: Esiste qualche incentivo statale per stimolare le imprese all’acquisto dei vostri dispositivi?
MS: Non ancora, per il momento stiamo lavorando su eventuali agevolazioni fiscali. Già comunque la certificazione esercita una forte attrattiva.

PN: Il vostro bacino di utenti è internazionale. In Europa chi sono i più ricettivi in termini di sicurezza personale e sul lavoro?
MS: I paesi del Nord, a partire dalla Germania, dove i nostri prodotti sono proposti come complementari dall’imbragatura di legge.

PN: Quali impressioni avete già raccolto sul campo riguardo a WorkAir?
MS: I feedback dalla viva voce dei lavoratori sono quelli più utili, perché sinceri ma soprattutto perché mossi dai reali utilizzatori quotidiani dei dispositivi. Qualcuno ci ha chiesto di rendere le pettorine catarifrangenti, altri di apportare delle specifiche modifiche estetiche (de gustibus…). Come azienda fortemente orientata al cliente, queste testimonianze valgono più di mille focus group e raccolgono informazioni preziosissime per migliorarci.

PN: Verso quali future applicazioni porta questa tecnologia?
MS: Puntiamo alla protezione di nuove aree del corpo per arrivare ad una copertura totale “testa/piedi” e al riconoscimento di WorkAir come dispositivo di sicurezza irrinunciabile nei cantieri e nei grandi magazzini di merci. Riguardo al prodotto, si andrà verso una maggiore integrazione della tecnologia con l’abbigliamento, per capi sempre più corazzati e sempre meno appesantiti. Pensiamo ai cavalieri medievali, protetti, ma con pesantissime corazze che li impacciavano nei movimenti, mentre i giapponesi intuirono che lasciare libere delle zone del corpo dalle protezioni, se è vero che generavano delle vulnerabilità, dall’altra compensavano con una maggiore agilità nello schivare colpi, nel contrattaccare ed eventualmente nell’affrontare una fuga. Che siano stati loro ad inventare i primi dp (dispositivi di protezione) della storia?

https://dairlab.com/workers/